Domenica 10 giugno, Ostia ore 14.00. Scendo dalla macchina, ho la schiena sudata e vorrei togliermi la maglietta. Inserisco la banconota, metto il diesel, ripongo la pompa. Movimenti automatici senza pensieri. Guardo il ragazzo di colore seduto con la schiena appoggiata alla saracinesca. Gli regalo un sorriso, il più sincero, poi con la moneta da un euro disegno un arco, il ragazzo di colore prende al volo la moneta e ricambia il sorriso. Vado via con le mani sporche di gasolio e il viso sorridente di quel ragazzo. Mi ritrovo a guidare ad ottanta costanti sulla Cristoforo Colombo con la testa sorretta dal gomito appoggiato sulla portiera. Ogni due chilometri di rettilineo un semaforo. Alcuni riesco a beccarli verdi, ad altri devo spingere l’acceleratore per riuscire a prendere il giallo, altri ancora sono rossi e devo necessariamente fermarmi. È così per quasi venti chilometri. In corpo ho qualche bicchiere di vino rosso e un paio di tiri ad un cannone d’erba. Sono perso in circolo vizioso di pensieri, pensieri che a loro volta sono viziati dalla musica che riempie l’abitacolo della macchina. Alcune canzoni stupide le ascolto con disinteresse altre invece sono vere e propri manifesti di pensieri. Da entrambi i lati guardo scorrere veloci i pini secolari, tengo d’occhio il tachimetro, sto attento a non incappare in un autovelox. Sulla Cristoforo Colombo sono solo, tutta la gente è ancora in spiaggia. Non faccio in tempo a scriverlo che sono ad un semaforo rosso con accanto una Smart e alla guida una tipa che a primo acchito mi pare bona. Sono tentato dall’idea di farle la linguaccia o una smorfia ma poi finisco con smanettare con il cellulare. Al verde la Smart parte sparata, io inserisco le marce a duemila giri, rido. La lascio andare, lascio andare il pensiero malizioso del momento. Poi all’improvviso alla radio sento le prime note di Hard To Concentrate dei Red Hot Chili Peppers e il desiderio di andare veloce esplode. Quando guido quello che mi frega non la potenza della macchina, che poi oltretutto ho anche un’utilitaria scassata, quello che mi frega è la musica! Alcune volte penso che dovrei far pagare le mute per eccesso di velocità ai cantanti. Stronzate a parte, sto viaggiano a centocinquanta, riesco ad acciuffare la Smart. Punto la bionda come un animale inferocito, alzo il piede dall’acceleratore quando le sono di fianco, colpo di clacson e successiva linguaccia. Prima un’espressione stupita, poi un sorriso, questa è la risposta della tipa. Vado oltre, non è lei che voglio, ritorno a viaggiare forte, dallo specchietto retrovisore vedo la Smart diventare sempre più piccola. Dimentico. Nel frattempo ho alzato il volume a palla, sono lì a mille che canto con il mio falso inglese, imbocco il raccordo come una scheggia passando come un folle tra due macchine. Appena ho la strada libera mi piego sulla destra e prelevo il cd dei Red Hot dal portaoggetti. Inizio ad ascoltare in loop la stessa canzone. Sento gli altoparlanti grattare e non so perché immagino e vedo le mie mani grattare su un muro grezzo, un muro senza intonaco. Polvere, lavoro, disperazione, sudore, sono queste le sensazioni che mi provocano quel muro grezzo. Continuo a guidare come un forsennato per acchiappare il tempo e prendere per mano quella bellissima donna che ho in testa. Sono all’altezza dell’uscita per la Tuscolana e sono tentato di tirare dritto per l’uscita 16 e 17 ed imboccare la bretella che porta sull’A1 in direzione sud, in direzione di casa. È lì che ho lasciato il cuore prima di questa parentesi romana. Passo dall’euforia alla tristezza e viceversa con una rapidità che non si può descrivere. Esco dal raccordo e prima di immettermi sulla Tuscolana faccio il grave errore di guardare l’Ikea alla mia destra. Immagino un sabato pomeriggio con lei. Nel frattempo la canzone è iniziata di nuovo, sono punto e capo. Passo dinanzi all’ingresso di Cinecittà non curandomi della sua importanza, anzi provando un vero e proprio disgusto, so che lei che mi capirebbe perfettamente. Faccio la terronata di immettermi sulla corsia di destra che porta al centro commerciale per evitare le poche auto ma sopratutto il semaforo rosso. Sulla Togliatti procedo a cinquanta all’ora, è il giusto. Inizio a registrare i dettagli della città in maniera automatica, città che ho sempre visto incasinata all’inverosimile e che non immaginavo fosse così piacevole. Accarezzo Roma, mi godo la sua quotidianità addormentata, mi riempio di colori, divoro i dettagli. Ho voglia di una pagina bianca e di una semplice biro, ho voglia di raccontare questa città, ho voglia di vomitare tutti i pensieri, ho voglia ancora di lei. L’ho vista un sacco di volte ma solo gli ultimi giorni ho visto la sua bellezza: ripeto questa frase a bassa voce, ho paura di confessare che mi piace per davvero. E quando penso a lei non penso alla solita scopata del cazzo, penso a domani. Ecco, ora mi sono fossilizzato e non trovo nemmeno parcheggio. La canzone è sempre la stessa ed è ancora sparata a palla. Fa caldissimo. Sudo. Impreco. Faccio il giro dell’isolato. Alla fine trovo un parcheggio, incastro la macchina tra un suv e una vecchia Alfa Romeo. Spengo la macchina, rimango con la testa sullo sterzo fin quando finisce la canzone. Sono tentato dall’idea di chiamarla o di mandarle un sms ma poi niente, non sono nelle condizioni di sembrare leggero, ho paura di soffocarla con quello che sento. Le donne non bisogna soffocarle di sentimenti, bisogna amarle con leggerezza, perchè in amore non conta il penso di quello che si sente bensì l’autenticità. Resto chiuso nel silenzio forse per un minuto con gli occhi fissi sul suo nome, poi butto il cellulare sui sedili posteriori e lo lascio morire lì. Chiudo ermeticamente tutto e finalmente esco dalla macchina. Poi strette di mano, sorrisi, alcolici, cazzate, risate. Il pomeriggio e la serata volano che nemmeno me ne accorgo, quando accendo il portatile per scrivere queste poche righe, l’orologio segna mezzanotte e mezza e in cuffia ho di nuovo Hard To Concentrate dei Red Hot Chili Peppers e provate ad immaginare a chi sto pensando? Inizialmente volevo scriverle una lettera ma poi ho pensato che non ho ancora la leggerezza di cui parlavo poco fa, quindi ho preferito un racconto. Trattasi comunque di amore, almeno così credo.
APPUNTI
Dal trenino Ostia-Roma si può catturare una fotografia nella quale ci sono accampamenti di zingari, baracche di fortuna fatte di lamieriere e vecchie roulotte completamente sudicie. Nel vedere quell’immagine penso ai bambini, alle condizioni in cui sono costretti a crescere, penso ai loro giochi sporchi di fango, penso che tutto sia ingiusto. Guardo un po’ più in là e vedo una serie di villette a schiera, penso alla famiglia perfetta con il papà in giacca e cravatta con l’impiego in banca, la giovane mamma, anch’essa con l’impiego di rispetto, ma sopratutto immagino il loro figliolo che gioca con l’amichetto nella sua bella e confortevole cameretta colorata.
Penso che ci sia troppa disparità in quei pochi secondi, l’enorme disparità è tutto quello che riesco a percepire standomene seduto sul treno. Ma il treno, come la vita, va avanti, non c’è mai tempo per fermarsi a riflettere un po’ più a lungo. Ora guardo l’insegna di un ristorante di second’ordine, chissà se davvero si mangia bene così come dice l’enorme cartello. Specialità di pesce, menù completo a venti Euro. E pensare che per venti Euro a Molfetta o a Trani ti danno solo il profumo del mare. Penso ai camerieri vestiti con il pantalone nero economico e la camicia bianca anch’essa da quattro soldi, penso alla loro vita sbattuta, alla loro lotta alla sopravvivenza visto che in tempo di crisi non arriva a fine mese l’impiegato della multinazionale figuriamoci il cameriere del ristorante abbattuto di periferia.
Tristezza, tanta tristezza fuori dal finestrino. Una signora mi guarda mentre prendo appunti sulla Moleskine, la fulmino con uno sguardo, smette di guardarmi e torna alla sua stupida rivista di gossip. Nel frattempo noto un campo di calcio in terra battuta, ci sono dei ragazzini che si allenano. Spero che per almeno uno di loro ci sia un futuro glorioso, e non mi riferisco ai milioni che il calcio può portare bensì all’amore per lo studio, perchè solo lo studio porta ad essere una persona migliore.
Dal finestrino continuo a registrare dettagli, considerazioni, mi perdo in un fiume di sfaccettature, riesco a soffermarmi per non più di un paio di secondi sulle siepi selvatiche che dividono la ferrovia dalla Via del Mare, mi soffermo anche a riflettere sui capannoni delle piccole fabbriche. Poi vengo attirato dai materassi e dalle lavatrici scassate abbandonate in una via di campagna, dalle facciate desolanti dei palazzi di un quartiere popolare, dal parcheggio di un discount in cui spiccano due grossi Suv.
Mi addormeto con la testa appoggiata al vetro, con queste immagini nella testa. Quando riapro gli occhi sono alla fermata di Eur Magliana, il cemento si mescola agli enormi edifici a specchio, il treno riparte ed io ho la sensazione di essere inghiottito dalla giungla della città. Il campo visivo si ristringe, da entrambi i lati vedo enormi palazzi anni 70 sporchi e imbrattati da murales incomprensibili, radici di pini secolari sembrano ribellarsi all’asfalto, vedo un fiume di gente e di macchine come tante formiche che si muovono con un ritmo frenetico e insensato.
Raccolgo la Moleskine dal pavimemento, non ho più tempo per prendere appunti, sono al capolinea di Piramide, devo per forza scendere. Ho la tentazione di rifare il viaggio al contrario, di ritornare a casa, ma poi in maniera automatica mi mescolo al flusso di gente che si dirige verso la metropolitana, divento anch’io una piccola formica, divento parte della fotografia.
Sulla scrivania il solito disordine. Post-it sparsi ovunque, le chiavi della macchina, “Petrolio”di Pasolini e “I Demoni” di Dostoevskij, due penne, una matita Ikea, il cocco a mo’ di posacenere, la Nikon, il deodorante, il vecchio portatile, un trimestrale, una scheda del superenalotto, una bottiglia di birra lasciata a metà, gli occhiali da sole, la Moleskine, una multa non pagata, il carica batteria del cellulare, una bottiglia d’acqua e una chiavetta usb. Ora che ci penso, posso dire che il disordine di questa scrivania mi rappresenta in tutto e per tutto. Vorrei dire la stessa per il resto della camera ma c’è un ordine quasi maniacale che mi urta non poco. Ho provato ad essere più disordinato, ma finisco sempre per ritrovarmi a mezzanotte a piegare maglie e jeans, a risistemare i libri nella libreria, a rimettere tutto a posto prima di coricarmi. L’unico spazio che non riesco proprio a risistemare e che perversa sempre nel caos, è la scrivania dalla quale scrivo. È una grande scrivania, forse inconsciamente l’ho scelta spaziosa affinché contenesse quanto più disordine possibile.
E…poi mi sveglio tardi e sono in ritardo tutto il giorno. E nella testa mi rimbalza ancora l’incubo di stanotte. E prima di entrare in doccia driblo la bilancia. E vaffanculo oggi non c’è nemmeno il sole. E cazzo ho 31 anni e me ne accorgo solo oggi. E se non spengo il computer accumulerò altro ritardo. E devo dare seicento euro per all’assicurazione della macchina e mi rode non poco. E da un orecchio continuo a non sentirci. E anche stanotte ho dormito sul divano. E dovrei mantenere la media delle quattro ore di studio al giorno. E devo pure sbarbarmi. E devo assolutamente smettere di fumare. E tra poco inizia il Salone del Libro e non posso andarci. E ho voglia di una vacanza. E dalla mia finestra vedo solo cemento. E devo rispondere alle e-mail. E potrei andare avanti così tutto il giorno. E…devo solo alzare il culo!